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martedì 7 aprile 2020







Una tigre è risultata positiva al coronavirus, nello zoo del Bronx.
Al momento è l’unico caso al mondo in cui non ci sia stato bisogno di imporre il distanziamento sociale.




Sebastiano Messina

giovedì 18 luglio 2019

La fuga degli M49







C’è una vicenda parallela che merita l’attenzione di chi ha a cuore la Natura. L’orso M49 sta scappando per non affrontare i rigori del suo recinto. Poi c’è un irsuto vicepremier che dopo aver perso di vista Milioni49 - sta scappando per non affrontare lo stress di spiegare nel proprio recinto ( il Parlamento)  cosa ne sa dei rubli del Metropol. Entrambi sono creature selvatiche da rispettare. Uno - l’orso - perché ha bisogno di spazi liberi per vivere. L’altro - l’irsuto - perché è cresciuto su pratoni bagnati dal Po e rifiuta la cattività di un’aula. 
Salviamoli dalla prepotenza degli umani!



Massimo Marnetto

venerdì 2 marzo 2018

giovedì 25 agosto 2016



Dobbiamo riconoscere l'insondabile, accettare il fatto di essere sulla Terra senza sapere il perché, insieme agli animali, nostri compagni nell'avventura ignota...


Voltaire






giovedì 7 luglio 2016



La Murgia è terra di asini: per molti sono ancora sacri, come le mucche sulle rive del Gange. I murgesi che allevano gli asini hanno una vocazione sciamanica, si avvicinano a loro come fossero umani. E gli asini hanno questa qualità, sono tra i pochi animali che piangono, più fedeli dei cani, soprattutto coltivano il senso della pietà, sanno aspettare chi è rimasto indietro.


Mario Desiati





venerdì 7 agosto 2015

Strategie vincenti



" Lo sa che le termiti hanno l'aria condizionata, mentre noi stiamo qui a morire?" dice il capo distretto che ha cominciato a sudare copiosamente. La cabina è un piccolo forno per il calore generato dal motore elettrico, nascosto dietro una sottile parete di ferro. " Praticano dei fori tutt'intorno alla base del termitaio, e fanno convergere le gallerie in un camino centrale che sbuca in cima all'edificio. L'aria calda tende a salire, e così lungo il camino si crea una corrente che mantiene l'interno del termitaio fresco come una caverna ".


Sergio Ramazzotti, Vado verso il Capo, 13.000 km attraverso l'Africa








giovedì 4 giugno 2015


Libellula, chi ti diè questo nome?
Chi scelse la successione musicale delle labiali,
li-bel-lu-la,
come note uscite dai tasti di un pianoforte?
Due grandi e colorate ali trasparenti, tremule e trepide, quelle sei tu.
E tanto alata sei che quando sorvoli le acque stagnanti e l'erbe dei prati
di te solo le ali si vedono, velate veline di seta lucente.
A volte ti fermi nell'aria, tu, senza peso e imponderabile, leggera aligera.

Se lieve sulla pista di ghiaccio io vedo una fanciulla
che forma aeree figure danzanti, e sicura volteggia, salta, si leva e atterra,
è a te che penso, a te paragono la sua leggerezza.
" Come una libellula "
vuol dire una controllata eleganza in una liberata energia.

E controllata eleganza e liberata energia, come la tua, cerca nelle sue frasi
lo scrittore mentre vola la sua fantasia
e a volte si ferma - come fai tu - e a volte arretra - come fai tu -,
sospeso anche lui e oscillante, accampato a mezz'aria.
Libellula, bella libellula, dai a lui le tue ali.


Raffaele La Capria




  

domenica 29 marzo 2015

Un letto di piuma
un bagno di schiuma
un piatto che fuma
è il sogno del puma


Toti Scialoja







sabato 13 dicembre 2014







Chi è morto nel millenovecento-
sessantacinque più degno di onori
di Lark, una giovenca

che ha donato all'umanità
centoquindicimila
litri di latte?



W.H.Auden  

mercoledì 19 novembre 2014







L'ippopota disse:" Mo
nella mota ho il mio popò!"



Toti Scialoja

mercoledì 28 maggio 2014







L'uccello nero
salta leggero,
si chiama merlo
senza saperlo.


Toti Scialoja

martedì 13 maggio 2014






" Sempre caro mi fu quest'erto corno"
pensa il rinoceronte
senza nessuno intorno.


Toti Scialoja

lunedì 4 novembre 2013






" La patria del cinghiale è l'autunno.
In fondo al torbido d'un mondo che si rannuvola, e le cose sono mature alla morte: là dove il bosco odora di fagiano invecchiato".



Fabio Tombari

lunedì 19 agosto 2013








" Talvolta al tempo della muta, quando le ali fan sangue, la caccia diventa difficile. C'erano lì nei covi le prede dei giorni avanti, che i nibbi del seguito venivano a beccare. Essi, i nobili falconi, restavan digiuni. Al pasto dei codardi preferivano la fame.
E non s'imbrancavano. S'incontravano solo per provarsi in cielo fuori dei feudi. Amavano battersi, ficcarsi l'un l'altro l'unghie nelle carni. E, se in viaggio, volavano volentieri contro la rabbia del vento.
Le femmine, come gli astori, praticavano l'astuzia; dagli alberi adescavan gli uccelletti ritirando il collo a imitar le civette sorprese dal giorno.
Ma i maschi mai. Fin dove arrivava lo sguardo, là arrivava la mente; e magri fissavano il limite estremo".


Fabio Tombari

domenica 11 agosto 2013






"A volte i loro occhi si incontravano. Una presenza, un soffio rapiva il cielo di fuori. Provenivano da quel cielo, da quel gran vento azzurro di stelle. Era la Parola, la verità che urge nella lingua. Di quell'esistenza nello Zodiaco, loro, i bovini, avevano ereditato il silenzio; ma era la Parola che li aveva generati, la stessa che aveva voluto la vagina più stretta del vitello, senza di che la madre avrebbe guardato al figlio come al proprio sterco. E mentre tutto col tempo si adattava e si tramandava, come la stessa curva del giogo, lo stampo della madre restava sempre più stretto del figlio. Così la doglia ne assicurava il possesso.
A volte, nello strazio, le madri davano in un muglio: un muggito vacuo, inane: era la prova che il sigillo non si poteva rompere.
I bovi che si guardavano l'un l'altro, davano in grandi respiri, quasi anime d'aria. Eran tutti come vani, come distanti.
Esseri antichi anche loro, esuli, abitavano ciascuno la propria massa di carne e pesavano. Grandi, lunati dalle corone di corna, quando non erano sotto il giogo a fendere, spaccare la terra, o a trascinare il carro, giacevano accosciati, attaccati con tutto il peso al proprio letame. E il ritmo del sangue li scaldava. Ogni tanto un tafano, pungendoli, succhiava quel sangue. La coda che lo cacciava ne frustava il dolore. Poi il rumine mandava su la palla di cibo. Era il loro grande assunto, la loro vera missione. In quella pacatezza ritrovavano la solennità, la potenza. Il digrumare restituiva loro la maestà. Quel rimuginare coi denti la sapienza della terra quasi a meditarne i misteri, allargava i confini, li ricollegava alla notte. Il muro non c'era, e dentro la stalla contemplavano fuori. Tutto doveva essere trasformato, convertito in sangue: i campi, i prati, le brughiere; tutto, anche la paglia. Il resto era letame, letizia dei maggesi".



Fabio Tombari, Il Libro degli Animali   

giovedì 11 luglio 2013



Dove vanno i cani? chiedete voi, uomini poco attenti. Vanno per i fatti loro.

Incontri d'affari, appuntamenti d'amore. Attraverso la nebbia, la neve, in mezzo al fango, sotto la canicola che li morde, sotto la pioggia battente, essi vanno, ritornano, trotterellano, si infilano sotto le vetture, eccitati dalle pulci, dalle passioni, dal bisogno o dal dovere. Come noi si sono levati di primo mattino, e inseguono la loro vita o corrono ai loro piaceri.
Ce ne sono che si coricano nelle rovine delle periferie e vengono, ogni giorno alla stessa ora, a reclamare la loro sportula alla porta di una cucina del Palais-Royal; e quelli che accorrono, a branchi, da più di cinque leghe, per spartirsi la zuppa che gli ha preparato l'amore di certe ragazzine di sessant'anni, il cui cuore in ozio si è dato alle bestie, perché gli uomini imbecilli non lo vogliono più.



Charles Beaudelaire 

  

mercoledì 30 gennaio 2013

venerdì 18 gennaio 2013









" Era una grande oca bianca, mangiona, con due cuscinetti di grasso sotto il ventre. Andava alla lattuga, al trifoglio, alla veccia, strappava il cuore alle erbe e s'addormentava per strada.
Si narrava che da giovane fosse stata innamorata di un cigno, che avesse covato per sbaglio un uovo di serpente. Al dire dei vecchi doveva avere quasi un secolo, più vecchia del castagno e del mugnaio, più antica del campanile e dei giuggioli, coetanea dei sorbi: un'oca immortale.
La lasciavano in vita un pò per curiosità, un pò per legato.
Insieme coi campi e col bosco appariva in due testamenti: il nonno l'aveva avuta dal padre e la donava al figlio perché la lasciasse ai nipoti.
Una volta, da giovane, lungo un rivo, aveva visto scendere dal cielo e avvicinarsi un grande uccello strano, odoroso di alghe e di sale. Lo rivide altre volte e tutte le oche del pascolo l'annunciavano con grandi schiamazzi di gioia. Arrivava sempre dal mare, solo, le ali sporche di fango, stracciate dai venti. Era un maschio selvatico e veniva per lei, per lei sola, dai confini del mondo. Ma ormai era vecchia, era tanto vecchia e non rammentava più.
Di tutta la sua esistenza non ricordava che maiali, sempre maiali, dappertutto maiali: dovunque c'era un pò di broda grassa da andarvi a frugare col becco, lì quasi sempre, o poco distante, c'era di sicuro un maiale. E li odiava.
Lei sempre bianca, elegante, li vedeva sudici, obesi. Lei sempre in traffico ad annaspare fra le pozze e le stalle, e loro fermi, mezzo schiacciati, inutili.
Né avrebbe mai sospettato, oca com'era, che i maiali muoiono giovani quasi quanto le rose".



Fabio Tombari  

mercoledì 16 gennaio 2013









" Chi strillava dal tetto, su una botte, sul pozzo, tutti al massimo della loro gloria, rampanti e razzolanti in campo altrui. Ce n'era di tutte le qualità, di tutte le razze, col piumaggio macchiato, screziato; galli d'oro, d'argento, galli nani, dal ciuffo; il petto in fuori, scarlatti in mezzo alle frasche, sul forno, sui mucchi di concio.
Erano i galli d'Amburgo coi calzoni di velluto, il Crèvecoeur dalla nera stirpe, i bei galletti bianchi come in origine, rimasti fedeli allo stemma del proprio uovo.
Non si vedevano, si richiamavano alla cieca nel buio, da un campo all'altro, distanti: vecchi gallacci coi pugnali in fuori e le brache cadenti, sudici come briganti; i grossi galli croati, scodati, venuti per mare; gl'inglesi dai lunghi passi. 
Si sapevano tutti: non s'erano mai visti, si riconoscevano al grido: quel sacripante lassù dalle cosce vigorose e le grandi ali nere, gli araldi dal mantello dorato. Se qualcuno mancava era perché era caduto sul campo, perché cotto alla diavola.
Da tutte le fattorie, le osterie, le ville, le case, eran dieci, eran cento, eran mille; tutti commestibili e con la corona in testa a tre, sei, nove punte, chi conte o visconte, chi principe o duca, la nobile genìa dei galli dalle infinite dinastie, sultani, atamani, malgravi, burgravi e pirati si tramandavan la diana a squilli di trombe".



Fabio Tombari    

giovedì 12 luglio 2012

piccolo zoo 5




È molto triste il destino dell'orso
Tutti gli tirano ghiande sul dorso
Lui morde l'aria con mezzo morso
Quattro zampe un lungo percorso
Quattro pensieri un lungo discorso


Franco Fortini
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