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martedì 21 febbraio 2017

Sull'esistenza degli Angeli



Un giorno, mentre passeggiava in Murray Hill Park, si imbatté in un giovane dai capelli mori che stazionava nei pressi dei campi da tennis e suonava una melodia spagnola triste su una chitarra acustica. Intorno al musicista si era raccolto un gruppetto di donne. Leonard vide che, in qualche modo misterioso, " le stava corteggiando " con la musica. Leonard non ne fu meno rapito. Si fermò ad ascoltare e al momento giusto chiese al giovanotto se avrebbe preso in considerazione la possibilità di insegnargli a suonare. Il giovane era spagnolo e non parlava inglese. Aiutandosi con i gesti e un francese zoppicante, Leonard ottenne dallo spagnolo il numero di telefono della pensione in centro città in cui aveva affittato una camera, e la promessa che si sarebbe recato in 599 Belmont Avenue per una lezione. Durante la prima lezione, lo spagnolo prese la chitarra di Leonard e la ispezionò. Non era male, disse. Acordandola, suonò una rapida progressione dì flamenco, producendo un suono sullo strumento che Leonard non avrebbe mai pensato possibile. Restituì la chitarra a Leonard e gli disse che toccava a lui. Dopo una simile prestazione, Leonard non aveva alcuna voglia di suonare una delle canzoni popolari che aveva imparato e si rifiutò, dicendo di non saper suonare. Il giovanotto mise le dita di Leonard sui tasti e gli mostrò alcuni accordi. Poi se ne andò, promettendo di tornare all'indomani. Alla seconda lezione lo spagnolo comiciò a insegnare a Leonard la progressione di flamenco a sei accordi che aveva suonato il giorno precedente e alla terza lezione Leonard incominciò a imparare il tremolo. Si esercitava diligentemente, in piedi davanti a uno specchio, tenendo la chitarra così come la teneva il suo giovane maestro - che però non si presentò per la sua quarta lezione. Quando Leonard chiamò la sua pensione, rispose la padrona. Il chitarrista era morto, gli disse. Si era suicidato.
" Non sapevo nulla di lui, perché fosse venuto a Montreal, perché era apparso in quel campo da tennis, perché si è tolto la vita ", avrebbe detto Leonard a un pubblico di dignitari spagnoli circa sessant'anni dopo, " ma su quei sei accordi, su quel motivo di chitarra, si sono poggiate tutte le mie canzoni, tutta la mia musica."


Tratto da " I'm Your Man ", Vita di Leonard Cohen di Sylvie Simmons






venerdì 21 marzo 2014







" Ma il Caravaggio (....) facevasi ogni giorno più noto per lo colorito, ch'egli andava introducendo, non come prima, dolce, e con poche tinte, ma tutto rinsentito di oscuri gagliardi, servendosi assai del nero per dar rilievo alli corpi. E s'inoltrò egli tanto in questo suo modo di operare, che non faceva mai uscire all'aperto del Sole alcuna delle sue figure, ma trovò una maniera di campirle entro l'aria bruna di una camera rinchiusa, pigliando un lume alto, che scendeva a piombo sopra la parte principale del corpo, lasciando il rimanente in ombra, à fine di recar forza con vehemenza di chiaro e di scuro..."


Giovan Pietro Bellori, 1672

sabato 8 marzo 2014






" Datosi perciò egli a colorire secondo il suo proprio genio, non riguardando punto anzi spregiando gli eccellentissimi marmi degli antichi e le pitture tanto celebri di Raffaello, si propose la sola natura per oggetto del suo pennello. Laonde essendogli mostrate le statue più famose di Fidia e di Glicone acciocché vi accomodasse lo studio, non diede altra risposta, se non che distese la mano verso una moltitudine di uomini, accennando che la Natura l'aveva a sufficienza provveduto di maestri".


Giovan Pietro Bellori, " Vita di Caravaggio"    






martedì 27 novembre 2012







" Per decenni della sua vita Georges Simenon si alzò alle quattro, si vestì, appese la giacca alla spalliera della sedia di fronte alla scrivania e cominciò a scrivere. Furiosamente: anche ottanta cartelle al giorno. Produsse ( con il suo nome o sotto pseudonimo ) centinaia di romanzi. Poi sua madre morì. Lui sopravvisse altri tredici anni e non scrisse una sola riga".


Gabriele Romagnoli 

giovedì 8 novembre 2012

il sig. Erik Weiss, in arte Houdini..




Il sig. Erik Weiss, in arte Houdini, passò la vita - traendone fama imperitura- totalmente concentrato in due idee-guida. La prima, liberare se stesso dai più coercitivi strumenti di immobilizzazione che l'uomo nel frattempo s'era dato la pena di inventare. Catene, manette, contenitori di vario genere ermeticamente sigillati e, come se non bastasse, immersi nell'acqua. Dall'inizio della sua carriera- era l'anno 1900 tondo tondo-  passa il primo quarto del ventesimo secolo a sbalordire il mondo: chiede di essere ammanettato, imprigionato, sepolto, scommette sulla sua capacità di sgusciare via libero e vince sempre la sua scommessa! La seconda, confutare con tutte le sue forze l'esistenza dello " spirituale" , smascherando tutti quelli che lo invocano a suffragio delle loro imprese terrene. Ci pensate: il secolo diciannove, come un bravo entomologo che infilza le sue farfalle, sta ancora ultimando il suo lavoro di classificazione della realtà quando appare sulla scena del mondo un ebreo-americano, figlio di un rabbino, che, applicando determinazione e tanta, tanta pazienza - sono parole sue- mostra al mondo come si scappa dalla galera della materia. Evidentemente, dal momento che molto si diede da fare per negare la realtà dello spirito, mai ebbe a sospettare che la determinazione e la pazienza con le quali sciolse i suoi lacci erano (e sono) virtù dello spirituale che anima l'essere umano. Fu così che, con le più serie intenzioni antispirituali, indicò una via di fuga dalla prigione scientista che l'800 più rigorosamente materialista aveva  costruito. Lo fece nei modi in cui si esprime l'estro di un artista di strada. Dopo di lui la fisica quantistica continuò a demolire quelle stesse mura. Anche per loro merito oggi siamo in grado di pensarci " liquidi".


vincent


mercoledì 3 ottobre 2012

Alfonsina Morini


Alfonsina Morini in Strada, beffata dal destino


Nacque in bicicletta, come il mongolo Gengis Khan a cavallo. Visse sulla strada, come pretendeva il cognome del primo marito. La bicicletta e la strada. Correre per arrivare al traguardo. Quello era il suo destino, e lei non lo tradì. Fu il destino, per uno dei suoi quasi inspiegabili capricci, a tradire lei.
Vinse la prima corsa quando, scandalosamente donna, inforcò la bici per scappare di casa. (.....) Era il faticoso principio dell'altro secolo. Lei, esile e breve, stava in sella come un piccolo re. Affollò di parigini, maschi, sbalorditi e ululanti, il tempio di Vel d'Hiv. Nel 1909, a S. Pietroburgo, pedalò davanti alla baffuta corte dell'ultimo zar. Due anni più tardi, conquista il record dell'ora: 37,192 chilometri minuti come lei. Corre al fianco di Girardengo il giro di Lombardia del '17: è il controverso lampo di un sorriso nel paese che piange Caporetto. Fece, unica donna, il Giro d'Italia del '24. Ogni tappa è una via crucis: anche diciassette ore di pedalate, anche quattrocento chilometri infernali di strade sterrate. Forò mille volte. Scalò le barbare montagne dell'Abruzzo. Caduta, rovinò la bicicletta e dovette ripartire con un manico di scopa ricurvo al posto del manubrio. Nel diluvio di Perugia, che aveva trasformato le strade in torrenti, quasi annega. Arrivata fuori tempo massimo, fu riammessa in gara a furor di popolo.
Ebbe due mariti, il Luigi Strada di cui sapete già e un tal Messori, ma neanche un figlio. Invecchiò sola nella casa di Milano. Vicina ai settant'anni, fece una fine ironica. Morì in cortile mentre tentava di avviare, credendola innocente, la sua Moto Guzzi nuova. Siccome quella non voleva partire, partì lei, senza neppure muoversi, per l'ultimo traguardo.


E. Baroncelli," Falene, 237 vite quasi perfette"
  


domenica 5 agosto 2012

Box secondo, il bassotto marrone senza patria




Lo chiamano tedesco, ma è nato russo e morirà cecoslovacco. Cucciolo, fu regalato a Elena Ivanovna, Rukavisnikov da ragazza e Nabokov da maritata, il cui speciale attaccamento ai bassotti tedeschi marroni suscitava nelle zie una malcelata perplessità. Patì il destino della sua padrona. Già vi sento: " Questo è naturale". Però vi chiedo: e l'opinione del cane? Fatto sta che, goduti i fasti di Vyra, dovette sopportare le disgrazie dell'esilio. Andò a invecchiare in un sobborgo di Praga: rabbiosamente, se avesse potuto dirlo. Quando uscivano a passeggiare in quel gelo, la padrona lo imbacuccava in un cappottino stremato dai rammendi, di due taglie in meno della sua, e gli applicava alle fauci una tremenda museruola cecoslovacca di metallo. Umiliato dal vestito, furibondo contro l'accessorio, la seguiva a una certa distanza, che forse avrebbe chiamato sdegnosa. Fu un émigré senza le lacrime. Cosa ci faccio qui?, avrà pensato. Più di una volta avrà pensato alla beata vecchia Russia. Più di una notte avrà sognato i nonni, Quina e Brom, che erano appartenuti  a Anton Paulovic Cechov, dottore in pediatria.


E. Baroncelli, "Falene, 237 vite quasi perfette"     

giovedì 19 luglio 2012

Juan Ramon Jimenéz


Juan Ramon Jiménez e Zenobia


Nel 1948 lo buttò. A San Juan di Portorico, dove si era trasferito, teneva un maggiordomo così puntuale che l'orologio non gli serviva più. Ogni giorno quello aspettava pazientemente che il sole si decidesse a calare, entrava compunto nello studio e nel suo strascicato spagnolo gli diceva: "Signore, il crepuscolo".
In dieci anni ne mancò appena uno, ma non fu per distrazione: era uno di quei tramonti che tutti, perfino i poeti, misurano non in minuti  ma in lacrime, che altro araldo non conoscono se non la feroce cosa che chiamiamo vita. Era un crepuscolo speciale del 1956, quando, invece che a Stoccolma, dove lo aspettavano per consegnargli il premio Nobel, lui stava affranto al capezzale dell'adorata Zenobia agonizzante.  


E. Baroncelli, " Falene 237 vite quasi perfette"
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