sabato 9 maggio 2015


L'Europa e i suoi caffè 


Dal locale di Lisbona amato da Fernando Pessoa ai cafès di Odessa frequentati dai gangster di Isaac Babel. Dai caffè di Copenaghen, quelli di fronte ai quali passava Kirkegaard nel suo meditabondo girovagare, fino a quelli di Palermo. Non si trovano caffè archetipici a Mosca, è già la periferia dell'Asia. Ce ne sono pochissimi in Inghilterra, dopo una fugace moda nel diciottesimo secolo. Non ce ne sono nell'America del nord, con l'eccezione dell'avamposto francese di New Orleans. Basta disegnare una mappa dei caffè e avremo gli indicatori di una certa idea di Europa. Il caffè è il luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo. È aperto a tutti, e al tempo stesso è un club, una massoneria di identità artistiche o artistico-letterarie. Frequentarlo implica già una scelta programmatica. L'ultimo incontro tra Danton e Robespierre ha avuto luogo al caffè Procope. Quando si spensero le luci d'Europa, nel 1914, Jaurès venne assassinato in un caffè. Ed è stato in un caffè di Ginevra che Lenin ha scritto il suo trattato sull'empirio-criticismo e giocato a scacchi con Trotzkij.


George Steiner, Una certa idea di Europa

 




Nella foto: Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michelle e Boris Vian al café de Flor, 1949

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