martedì 21 aprile 2020








“ Il nemico “ ha cancellato i volti dei nostri vecchi.
Se ne occupa la Magistratura. I media ci spiegano che tutto ciò è inammissibile.
Bene. Ma cosa erano questi vecchi? Una moltitudine di malati, di abbandonati, di sconfitti.
Una moltitudine invisibile.
Fate rimbalzare questo pensiero, ed ecco che la scena si anima di un’altra folla: non sono più dei vecchi, li chiamiamo “ persone in età “, sono gli evergreen della pubblicità, i forzati del benessere occupati a rendere invisibile la loro vecchiaia.
G. Marrone giustamente parla di “ Obbedienza ai modelli sociali di bellezza standardizzata “.
Parlo di noi che, magari per un banale problema alla protesi, o anche solo perché abbiamo esaurito la tintura per i capelli, improvvisamente deprivati dei nostri trucchi utili ad ingannare il tempo, ci troviamo ad affrontare i segni del decadimento.
Certo che siamo vittime.
Ma vittime molto indaffarate.
Completamente assorbite dal compito di far sparire dall’orizzonte degli eventi la morte.
E se fosse stata questa sistematica rimozione a scatenare nei media l’irruzione massiva di immagini di morte? Assenza della morte è assenza dell’orizzonte.
E chi non ha un’orizzonte viene privato del significato ultimo della sua vita.
La morte - si trema nel dirlo - è l’unico evento reale della vita.
Se facciamo sparire la morte, cancelliamo la vita.
L’essere della Natura ha dato alla morte il potere di generare all’infinito vita.
La sparizione della morte disperde la vita nel nulla. Nel nulla dell’abbandono in una casa di riposo.
Nel nulla dell’illusione di fermare il tempo.
La dignità i vecchi se la conquistano con la piena coscienza del loro morire.
Per non essere sovrastati dal terrore della morte abbiamo urgenza di pensare il nostro morire.
Non sto dicendo che dovremmo “ pianificarlo “, come si trattasse di un viaggio.
Non si tratta di organizzare un viaggio, si tratta piuttosto di essere quel viaggio.
Nella poderosa scena della pandemia il “ nemico “ è tale e ci terrorizza in quanto evoca l’evento innominabile, l’innnominabile nemica che chiamiamo morte.
È da questa innominata che assume tutto il suo potere.
Da questo magma irrisolto che in noi chiede la parola.
Linea dell’orizzonte, sostanza di desiderio che vuole essere nominata.
Provare a pensare il proprio morire: compito eroico.
Provare a pensare il proprio morire: compito erotico.
Non la morte mi compete, mi compete il mio morire.
La morte, quella che colpisce l’indistinto della massa umana, è “ la livella “; si, ve la ricordate la poesia di Totò? Il morire riguarda la mia vita, il mio stile inconfondibile, la mia unicità.
Utilizzando metafore belliche, usando termini come trincea, eroe, scontro, amico-nemico, non facciamo che trasferire il conflitto fuori di noi.
Sia coloro che, per superficialità o magari calcolo, addossano la colpa della pandemia a quel mostriciattolo del virus, sia l’altra parte, magari più accorta, chissà, che al contrario sceglie di mettere in evidenza le pesanti responsabilità del potere costituito, tutti stiamo subendo la tentazione di proiettare il dramma da qualche altra parte, virus o società che sia.
Vedete, il dinamismo mutageno che il virus dimostra di possedere è molto interessante.
Dovremmo prenderlo a modello.
Provare in qualche modo a dimostrargli di essere alla sua altezza.
Sì, perché se proprio vogliamo considerarci in guerra, allora la cosa più intelligente è conoscere la natura e la tattica del “ nemico “.
Domanda: Il dinamismo e la capacità di mutare, potrebbe essere questo il nostro problema?
E questo orizzonte che sta svanendo, questo nostro morire che non riceve alimento dai pensieri, è questo il vuoto che prova a colmare la pandemia?


Finisco con i versi di Francisco G. De Quevedo, che su questo tema, evidentemente, ha riflettuto.



Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere avranno un sentimento;
saran cenere,
ma cenere innamorata.



vincent 




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